Giuseppina Elisabetta Armici si è laureata in Lettere all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e ha insegnato in scuole di diverso ordine e grado. Da quando ha lasciato l’insegnamento dedica buona parte del suo tempo alla scrittura: ” Favole- Per adulti bambini e bambini adulti” Albatros è il suo lavoro letterario di esordio; inoltre ha anche scritto “Istruzione. Flash” Book Spirit  e ” Il miracolo” ( ricostruzione immaginaria di un evento documentato e accaduto a Cividino nel 1597).

 

“Dignità” è uno di quei termini che tutti pensano di conoscere, ma appena ci si sofferma ad interrogarsi sul suo effettivo significato e sulle sue implicazioni, ecco che le idee si ingarbugliano.

Vengono in mente espressioni come “ridare dignità, affrontare con dignità, togliere dignità …” ma che significano esattamente ? E soprattutto, hanno ancora un significato in tempi come i nostri ? Il termine dignità appare alquanto desueto, difficile incontrarlo nella letteratura corrente.

Ho chiesto aiuto al vocabolario Treccani per cercare di coglierne l’essenza.  E  il dizionario recita : dal latino dignitas- atis, il termine ricalca il greco nel quale aveva il significato di dignità e di assioma ( verità  indiscutibile). E ancora : condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità , dalla sua stessa natura di uomo e insieme il rispetto che per tale natura gli è dovuto e che egli deve a se stesso…”

Ognuna di queste espressioni (nobiltà morale, natura di uomo, rispetto …) meriterebbe un approfondimento a parte. I Greci stessi che hanno, a quanto pare, coniato il concetto avevano idee molto diverse dalle nostre sulla nobiltà morale, sulla natura dell’uomo e sul rispetto, tant’è che quella greca era una società basata sulla schiavitù e sulla discriminazione. Riconoscere la natura di uomo ad uno schiavo e rispettarlo era quanto di più lontano poteva esistere nella mentalità di un contemporaneo di Pericle o di Aristotele.

I tempi però sono cambiati, faticosamente e molto lentamente, ma sono cambiati, grazie anche al fondamentale apporto del cristianesimo. Tuttavia siamo ben lontani dalla perfezione anche se, in teoria, almeno nella società occidentale, ogni discriminazione è stata cancellata e la “dignità” di essere umano è stata riconosciuta a tutti, indipendentemente dal genere, dal colore della pelle, dalla religione e dalle condizioni sociali ed economiche.

Già, in teoria, perché poi ogni giorno, nel sottobosco della pratica quotidiana, assistiamo a continue violazioni piccole a grandi di questi principi. Ed è su questo aspetto che vorrei soffermarmi e in particolare sul rispetto. Il caso ci pone tutti in situazioni diverse e quindi, pur essendo simili, siamo tutti diversi. L’impronta indelebile dovuta al DNA, all’educazione e a tante esperienze differenti fanno di ognuno di noi una persona unica con più o meno qualità, più o meno debolezze o fortune. E rispettare la diversità, inglobandola e valorizzandola, richiede intelligenza e sensibilità.

Togliamo dignità ad una persona ogni volta che per  motivi diversi la consideriamo “inferiore” e magari ci permettiamo di trattarla come tale, negandole così la comune ed essenziale matrice umana. Manchiamo  di rispetto a lei  e a noi stessi,  all’intelligenza di cui siamo dotati.

Approfittare delle debolezze o dei bisogni altrui costituisce altresì  una mancanza di rispetto e una violazione del diritto di ogni persona ad essere compresa  e aiutata nelle differenti circostanze della vita in cui si può venire a trovare. Le togliamo dignità ogni volta che le addebitiamo queste circostanze magari come una colpa e non siamo tanto sensibili e intelligenti da farle sentire la nostra solidarietà.

Manchiamo di rispetto a noi stessi quando ad esempio mentiamo, quando per opportunismo o per viltà facciamo cose contrarie alla nostra coscienza,  quando “usiamo” gli altri per i nostri fini, compromettendo così la nostra personale dignità.

Non ci è possibile rimediare ai mali del mondo, restituire dignità a chi vive in condizioni di indigenza disperata, a tutte le vittime della violenza e della sopraffazione. Questo è un cammino ancora molto lungo del quale penso (a ragion veduta..) che non vedremo la fine. Ma per ognuno è possibile agire anzitutto nel proprio ambito esercitando comprensione, rispetto di sé e degli altri, soprattutto nei confronti di chi è più debole per età, condizioni di salute, estrazione sociale e livello culturale. Ogni giorno facciamo esperienza di queste diversità e sta a noi decidere se comportarci da esseri umani  in possesso di “nobiltà morale” o se da persone in cui  alberga ancora qualche istinto o tendenza primordiale che ci discosta sensibilmente, e magari senza che ce ne accorgiamo, dall’essere ciò che in realtà siamo.

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